LA DISABILITÀ MILITARE, DALL’INVALIDITÀ FISICOMOTORIA ALLA PTSD…

Alla fine degli anni ’90 avevo aperto un centro socioeducativo in cui, oltre alle attività dedicate alla protezione dell’infanzia ed allo sport per portatori di handicap, vi era un settore fisioterapico ed uno di sostegno psicologico dedicato ai bambini, agli adolescenti ed alle famiglie, anche quelle all’interno delle quali vi erano degli operatori delle forze armate e di polizia.
Nei primi anni novanta ero stato in Africa, poi nella ex Jugoslavia, quindi in Albania nell’estate del ’97 ed infine in Serbia tra il ’98 ed il ’99, felice di riprendere la mia attività di educatore che di tanto in tanto sospendevo per alcune settimane per fare il consulente inviato in quei paesi in cui avevo imparato a riconoscere concretamente quanto avevo studiato in materia di Post Traumatic Stress Disorder.
Tutti noi siamo stati abituati grazie ad alcuni film ad interpretare il reduce del VietNam come colui che manifesta il disagio della PTSD nei modi più marcati, credendo che questa sindrome riguardasse solo gli americani mentre, in realtà, anche numerosi operatori italiani in uniforme e non, che hanno vissuto esperienze belliche o a contatto con il risultato delle guerre, ne hanno patito le complicanze in modi e misure diverse, soprattutto nel corso delle missioni in Iraq ed Afghanistan degli anni 2000.
Nel 2000 un ex collega del mio corso sottufficiali nel 1985, Maurizio Poerio, che raggiunse poi il “nono”, perse la vita in un incidente stradale nei pressi di Cecina ed il saluto al suo feretro fu una delle rare volte in cui tornai in una caserma. Ci furono degli scambi con il comando del Col Moschin e fui autorizzato ad dedicargli una sezione del centro che riguardava i disabili fisico motori, in onore alla sua grinta e nel ricordo del suo sorriso, perchè durante il corso 80b si fece male ad un arto ma, questo, non lo fermò e lavorò duro per riprendere il giusto percorso e diventare un incursore operativo, poi inviato in Somalia credo con la primissima aliquota del dicembre ’92 se non ricordo male.
La grinta, la ferrea volontà ed un carattere che non cede alla vittimizzazione, rappresentano le necessarie risorse per affrontare una disabilità temporanea o permanente per ogni persona ma, nei militari e soprattutto in quelli cosiddetti elitari, è uno strumento indispensabile proprio perchè hanno degli obiettivi organizzati, precisi e coerenti, primo tra i quali quello di “non mollare mai”.
Non mollare mai, non è solo una espressione motivazionale o un fregio lessicale bensì un vero e proprio stile di vita, grazie al quale in molti riescono a riprendere un ordinario percorso di vita oppure affrontano i propri disagi con una propulsione ben strutturata rispetto a chi, invece, molla e cede al vittimismo o alla autocommiserazione.
Diverso è il contesto psicoemotivo della PTSD, più subdolo, meno evidente, caratterizzato da un meccanismo di negazione che rallenta la presa di coscienza di avere un disagio e, nel nostro Paese, anche il timore di chiedere aiuto per il rischio di apparire deboli rispetto al ruolo, essere declassati o addirittura riformati.
In quel centro gravitavano alcuni reduci, amici e non, tra i quali anche Francesco Aloi, fino a quando non fu chiuso ma riparlerò di questo in futuro.
Quella esperienza rappresentò una occasione per parlare di questa sindrome, per valutarne i disagi anche attraverso l’ascolto pedagogico delle mogli e dei figli i quali avevano il perfetto polso della situazione patita dai mariti e dai padri tra incapacità di gestire la rabbia, qualche sintomo di dipendenza, ipervigilanza costante ed una grande capacità di dissimularne i sintomi durante il servizio.
In Italia parlare ancora oggi di PTSD è cosa ben diversa che affrontare l’invalidità fisicomotoria dei militari, sovente per causa di servizio e nei reduci in particolare, ove queste si complementano tra loro oltretutto.
E’ difficile perchè manca la cultura del sapersi porre in discussione, del chiedere aiuto, dell’affidarsi al circuito di assistenza interno perchè vi è l’elevato rischio di essere segnalati e vedersi la carriera o gli incarichi condizionati e, questa, è una ragione per la quale dei progetti privati, come lo fu il mio, trovarono soddisfazione perchè era esterno alle caserme, non aveva una connotazione “psico” ma solo educativa e pedagogica con la componente sportiva e non vi era nessun obbligo di segnalare nulla, salvo la scelta di una moglie di denunciare il marito proprio per aiutarlo laddove, questi, aveva chiaramente superato i limiti della intolleranza.
Parlare di Disturbo Post Traumatico da Stress è oggi più facile, perchè alcune sue manifestazioni si integrano in altri disagi conosciuti e meglio affrontati, dalla depressione alla incapacità di gestire la rabbia fino alle dipendenze, ora dall’alcol ora da una sessualità trasgressiva o nei casi più rari dalle sostanze.
Il militare che affronta una invalidità fisicomotoria, per esempio il mutilato o colui che necessita di una sedia a rotelle anche se ormai chiamarla così è anacronistico tra quelle in titanio e quelle elettroniche, è immediatamente riconoscibile, è accolto ed accettato da tutti, è compreso ed in varia misura è sostenuto ed apprezzato quando per esempio sfila nelle parate o raggiunge dei risultati sportivi.
Diversa è quella invalidità invisibile come lo è la PTSD, motivo per cui s’innescano quei meccanismi difensivi a causa dei quali i peggioramenti emergono solo con le loro concrete complicanze, non immediatamente riconducibili al disturbo stesso ma confusi con altri segnali di disagio che inizialmente sono attribuiti alle più note sofferenze psicoemotive.
La PTSD non ha una carrozzina, non ha una mutilazione evidente; il vettore è proprio colui che ne patisce il disturbo ed è il primo a dissimularlo, con l’aggravante che ogni suo disagio sarà intepretato come un comportamento della persona e, no, riferibile alla PTSD.
Ecco perchè, nel mio lavoro di educatore quando mi interfaccio con queste realtà, la prima cosa che faccio scrivere e poi leggere ad alta voce è questa: “QUEL CHE MANIFESTO NON SONO IO, MA QUELLO CHE HO VISSUTO, ED HO BISOGNO DI AIUTO PER EVITARE CHE DIVENTI TUTT’UNO CON ME”…
Fabio Piselli