Del perchè, dopo 35 anni, sarebbe ora di indagare chi ha imposto “la nebbia del Moby Prince”…

Ieri, 10 aprile, giorno del ricordo della strage del Moby Prince, come ogni anno e per la trentacinquesima volta ho parlato con un familiare di una vittima perita a bordo del traghetto con il quale sono in contatto sin da quando lo incontrai alla AMM (azienda mezzi meccanici) in attesa di accompagnarlo all’hangar Karin B per riconoscere i resti del suo caro terribilmente sfigurati dalle fiamme. Una persona silente e riflessiva che partecipa alla sensibilizzazione della ricerca della verità con la piena consapevolzza che, 35 anni dopo, la verità è stata frantumata dagli anni ed occorre ricostruirla pezzo per pezzo, anche con l’obbligo di ridisegnare un puzzle senza uno schema.
Nel 2008 nei vari articoli che scrissi nel Blog originale, mi auguravo e stimolavo l’apertura di una commissione parlamentare d’inchiesta ed oggi assisto alla terza opportunità politica in tal senso, la quale ci conferma come hanno fatto le commissioni precedenti che non c’era nebbia se non quella che altri, compresi gli inquirenti, hanno imposto per tanti, troppi, anni.
Ho vissuto pienamente quella tragedia dalla tarda serata del 10 aprile e per tutto il tempo in cui ho partecipato ai soccorsi sin da quando il Moby Prince fu portato in darsena Toscana, offrendo il mio contributo al pari degli altri soccorritori.
Ho, poi, testimoniato assumendomi tutte le responsabilità per ricostruire i presunti meccanismi che hanno prodotto le concause della collisione e ne sono uscito sostanzialmente un relitto io stesso in forza di quella denigrazione che emerge prevalentemente nella richiesta di archiviazione del 2010, senza nessuna possibilità di un contraddittorio e con la strana enfasi di dedicare così tanto fango ad un soggetto che, laddove ritenuto non utile alle indagini, sarebbero bastate due righe per non donargli importanza e non così tante pagine, con addirittura il mio nome indicato nelle primissime note.
Ricordo per questo agli interessati che non ho mai subito nessuna conseguenza penale o civile per quanto ho siglato agli effetti di legge con il mio nome e cognome, e sia ben chiaro che:
Fabio Piselli non è mai stato condannato per falsa testimonianza.
Fabio Piselli non è mai stato condannato per false dichiarazione ai pubblici ministeri.
Fabio Piselli non è mai stato condannato per calunnia o autocalunnia.
Fabio Piselli non mai stato condannato per depistaggio.
Chi ancora oggi dice il contrario, mente sapendo di mentire.
Dopo così tanti anni ritengo, come del resto ho sempre fatto dal 1991, che sia necessario indagare la nebbia per comprendere chi l’ha prodotta e sostanzialmente imposta come causa principale della tragedia, considerando altresì ogni altra ipotesi come suggestione, mistero da fumosa birreria e chiosando per esempio come hanno fatto gli inquirenti dell’epoca con una sorta di “è stata la nebbia punto e basta” le conclusioni giudiziarie di quelle nebulose inchieste.
La nebbia diventa così il compatto banco di prova di una obnubilazione giudiziaria che le stesse commissioni d’inchiesta pongono in discussione, trovando paradossalmente il vuoto mnemonico da parte di chi dovrebbe invece non solo ricordare ma anche contribuire ad una opera di ricostruzione della verità così importante.
Indagare la nebbia, quindi, consentirebbe di meglio comprendere quella proprietà fisica dell’avvezione che fu attribuita a “la nebbia del Moby Prince” sin dai primi gridati momenti per indirizzare subito verso quell’atmosferico destino cinico e baro che, oggi, merita l’impegno politico e giudiziario per comprendere invece la convezione di quel ciclico metodo utile proprio a nebulizzare i fatti, augurandoci che l’assorbimento dell’acqua inquinata possa discendere, questa volta, sotto forma di una bonificata verità certa ed accertata…
Fabio Piselli