Sulle presunte fuoriuscite dal GOS e sul modello di destabilizzazione degli anni ’80, attaverso la deriva criminale delle uniformi…

Nel 1984 ho fatto domanda per la Scuola sottufficiali dell’Esercito e dopo aver superato le prove psicoattitudinali, gli esami di ammissione e le visite mediche rituali, ho vinto il concorso e nel febbraio del 1985 sono entrato in F.A. con il 58° corso AS presso la SAS di Viterbo.
Era ancora un infrasedicenne ma avevo uniformato la mia età anagrafica a quella dei colleghi ben più grandi di me atteso che svolgevo le stesse mansioni e gli stessi servizi con le stesse responsabilità, soprattutto con il maneggio e l’uso delle armi vere e con il colpo in canna.
Ricordo per esempio di aver festeggiato il mio diciassettesimo compleanno durante il servizio di ordine pubblico ad un seggio nel corso di una votazione in quel periodo; nel paradosso che ero grande e maturo abbastanza da proteggere i voti con le armi insieme al carabiniere che era con me, ma ancora troppo piccolo per avere la maturità per votare con una semplice matita.
Questa sorta di dicotomia ha sempre caratterizzato la mia evoluzione sin da quegli anni, laddove mi si considerava privo dei requisiti per svolgere una mansione e se ne rimaneva sorpresi quando dimostravo di averla svolta realmente, perchè ho sempre dovuto superare un velo di diffidenza che fu strumentalmente gettato sulla mia persona sin da quando feci un “rapportino sul fatto” a livello superiore e, proprio dopo quella relazione, la mia carriera subì una deriva che ha portato poi al “caso di Fabio Piselli”; esso stesso caratterizzato dalla parallelizzazione dei miei incarichi e della mia presenza all’interno dei reparti in cui ho progressivamente prestato servizio sino al 1988.
Dopo la SAS ho prestato servizio alla Brigata paracadutisti Folgore tra Pisa e Livorno frequentando assiduamente tra il 1985 ed il 1988 la base di Camp Darby, anche quando fui inviato in Emilia Romagna tra Ravenna e Bologna con dei riferimenti alla Ftase di Verona mentre, intorno a me soprattutto nel bolognese, stavano accadendo dei fatti gravi che videro il coinvolgimento di soggetti tutti in servizio, o che avevano appena terminato il servizio in una amministrazione armata dello Stato tra carabinieri, paracadutisti e poliziotti autori di vari reati, tra i quali quelli che cagionarono la morte di più persone.
Eventi accaduti in un ristretto territorio ed in un breve arco di tempo, per cui stimolava interesse la coincidenza che più persone legate a vario titolo agli ambienti militari e di polizia si fossero di punto in bianco trasformate in dei banditi proprio nel giro di pochi anni e sempre in uno stesso circuito territoriale e con una progressiva feroce potenza di fuoco che appariva essere del tutto incompatibile con la natura delle condotte criminali protese a compiere dei reati d’ambiente o contro il patrimonio, ovvero non immediatamente riconoscibili come quelle alle quali eravamo stati abituati durante gli anni di piombo, con lo scopo di autofinanziare una organizzazione eversiva per esempio.
Ciò che infatti confondeva tutti, sia la collettività che gli stessi inquirenti nella seconda metà degli anni ottanta, era proprio l’assenza di una matrice terroristica e quella logica eversiva che aveva caratterizzato il periodo del terrorismo da cui, proprio in quegli anni, stavamo appena uscendo.
La banda della uno bianca, formata da poliziotti assassini e la falange armata carceraria sono i simboli noti che sono rimasti nella memoria del Paese, su cui ancora oggi si indaga per comprendere ciò che, forse, alcuni di noi stavano cercando di segnalare in quegli anni e “in diretta” all’interno della propria sfera lavorativa tramite dei rapporti, delle relazioni o delle segnalazioni che invece di trovare una “accoglienza operativa” incontrarono una sottovalutazione o, addirittura, una pratica ostativa posta in essere da un livello superire che non poteva ricondursi al solo riduzionismo tipico di chi non desiderava andare oltre i propri paletti e, quindi, utililizzava questo meccanismo per impedire di approfondire le dinamiche di quegli eventi, presumibilmente parte di un unico meraviglioso progetto.
Cerco ora di spiegare a chi legge che cosa è accaduto sin dal 1985 nel nostro strano Paese, anno che aveva appena visto il passaggio della Presidenza della Repubblica tra Sandro Pertini e Francesco Cossiga mentre il Presidente del Consiglio era Bettino Craxi, il ministro della Difesa era Giovanni Spadolini ed agli esteri c’era Giulio Andreotti.
Proprio in quell’anno il Governo autorizzò l’attivazione all’interno dei servizi segreti militari, il Sismi, di una nuova struttura denominata GOS (Gruppo Operazioni Speciali) sulla quale concentro la mia attenzione in questo odierno confronto per meglio descrivere la mia analisi rispetto ad un modello di destabilizzazione attuato nella seconda metà degli anni ottanta, nel cui progetto sono rientrati anche gli eventi riconducibili alla falange armata e quei tragici fatti stragisti che questa sigla ha rivendicato sino al 1994.
Nel metodo che ho sempre adottato nelle mie analisi cerco di restare fedele alla linea cronologica del tempo e degli eventi, ovvero di non decontestualizzare i fatti per poi ri-contestualizzarli con quelli successivamente scoperti, questo proprio per prevenire di “raccontarmela” laddove così facendo potrei donare una maggiore suggestività induttiva al significato che voglio trasmettere ai lettori, il quale merita invece tutta l’attenzione richiesta da quella linea del tempo che non può essere interrotta a piacimento.
Negli anni ottanta la collettività ancora non sapeva nulla della Gladio italiana, riconducibile alla rete stay behind in seno ai paesi della NATO, ovvero una ampia e ben strutturata organizzazione nata per contrastare il potenziale sovietico in termini di ipotetica invasione del nostro Paese da parte della Russia e dei suoi paesi satelliti atteso che eravamo ancora in piena guerra fredda.
Stay Behind non significava solo “dietro le linee nemiche” come molti ancora oggi sommariamente ipotizzano, considerando che l’Italia si sarebbe trasformata in un Paese nemico (solo) una volta conquistato dai sovietici e, perciò, chi “restava dietro” aveva il compito di concretizzare la dottrina stay behind appunto con il porre in essere quanto previsto dai programmi ISPEG (Infiltrazione, Sabotaggio, Propaganda, Esfiltrazione e Guerriglia) per i quali proprio il Sismi aveva una sua divisione che procedeva al reclutamento ed alla formazione dei cosiddetti gladiatori, tra militari e civili, anche con il concorso degli addestratori dei reparti speciali quali il Col Moschin ed il Comsubin.
Dopo la creazione del GOS il nostro governo autorizzò l’ampliamento delle reti stay behind in Italia, creando anche un centro a Trapani il quale appariva anomalo laddove, si presumeva, i sovietici non avrebbero voluto invadere direttamente la Sicilia come invece sarebbe stato più facile farlo dai confini con l’est Europa, donando inoltre ai cosiddetti gladiatori delle competenze del tutto lontane da quelle previste nei programmi stay behind, ovvero delegando loro un supporto operativo e investigativo in favore dell’Alto Commissariato Antimafia, ricordando che ancora non esistevano i ROS e la DIA e che era in vigore il vecchio codice Rocco, la cui riforma avverrà nel 1989, anno in cui si assisterà alla caduta del Muro di Berlino.
Importante sapere che gli operatori di intelligence, anche quelli provenienti da strutture di polizia giudiziaria, non avevano o perdevano la qualifica di Ufficiale di Polizia Giudiziaria una volta entrati al Sismi mentre, proprio grazie al GOS, coloro non rubricati ai Servizi mantenevano quella qualifica come appartenenti al reparto di origine pur “rimbalzando” tramite il GOS allo stesso Sismi.
Il GOS (gruppo operazioni speciali) fu, a mio umile avviso creato sulla falsariga del SOG (special operation group) statunitense per degli scopi simili a quelli americani in termini di operazioni coperte e guerra psicologica, pur nei limiti della legislazione italiana con la riforma del ’77 ed aveva la caratteristica che anche essendo una struttura dei servizi segreti non tutti coloro che ne furono cooptati entrarono a far parte del Sismi, restando chi negli elitari e speciali reparti di origine di F.A. tra quelli della Folgore e della Marina, chi tra questi già al RUD mentre altri, in congedo o nelle fasi di distacco dai reparti di appartenenza, transitarono in quell’ibrido settore dei consulenti o dei collaboratori esterni tra chi registrato come tale ai Servizi e chi invece prestava la propria opera “a gettone” e su base fiduciaria in favore di un qualche esponente di queste amministrazioni.
Avere perciò da parte del GOS dei collaboratori che ancora mantenevano la qualifica di UPG consentiva in qualche modo, anche nella collaborazione con l’alto commissariato antimafia, di interagire con le strutture giudiziarie territoriali senza la prevista delega ad un funzionario di polizia nominato dalle stesse AA.GG. per interfacciarsi con i Servizi e, quindi, con una operatività più autonoma in termini di gestione delle risorse interne ed esterne ai servizi stessi, come meglio spiegherò nel corso di futuri articoli del Blog.
Anni di profondo mutamento quindi in un Paese che come ho detto aveva patito gli anni di piombo e stava facendo i conti con lo scandalo della P2, quando un ragazzotto livornese come me scelse di partecipare alla Difesa dello Stato e delle Libere Istituzioni Democratiche, come recitavano le varie formule dei giuramenti che ho più volte siglato.
Nel mio ambiente di lavoro ero considerato particolare non solo per la mia giovane età, per avere note caratteristiche eccellenti ed encomi ed un fisico forgiato dallo sport che avevo sempre praticato, la Lotta Libera ma, anche e soprattutto, per la mia parentela con uno zio ed un cugino di primo grado impiegati presso il Defense Attachè Office dell’ambasciata americana di Roma, nel settore militare in cui svolgevano delle mansioni di autisti fiduciari in favore anche dei funzionari del controspionaggio militare della Defense Intelligence Agency ed in alcune occasioni mi era capitato di conoscere questi militari statunitensi, sia nel far visita ai miei parenti in ambasciata che in altro modo; motivo per cui nacquero i miei contatti romani ed a Camp Darby e quel monitoraggio che ebbi a subire da parte dell’addetto “I” di reparto, interessato proprio alle mie relazioni in tal senso.
Non dobbiamo dimenticare inoltre che in quel periodo vi era ancora una forte caratterizzazione ideologica all’interno dei reparti militari, specialmente tra noi paracadutisti, il cui credo politico era chiaramente orientato a destra ma con riferimenti scissi tra coloro che pur destrorsi si ispiravano ai paracadutisti del battaglione “F” (come chi scrive) e coloro invece più “fascisti” e radicati a chi rimase alleato ai tedeschi anche dopo l’8 settembre dei quali si dichiaravano eredi ideologici.
Il pensiero al colpo di Stato era un ciarlare diffuso, anche perchè generazionalmente erano ancora in servizio non solo coloro che avevano vissuto gli anni sessanta e settanta ma anche i reduci della seconda guerra mondiale e, al netto del chiacchericcio da caffè al circolo sottufficiali, qualcuno più strutturato aveva iniziato a selezionare dei collaboratori fiduciari iperideologizzati per delle attività extrareparto. Uno di questi transitava tra la Folgore ed il GOS contestualmente alla organizzazione di riunioni tra operatori di F.A. quelli transitati all’intelligence e civili ex militari, ad una delle quali partecipai e che segnalai al mio referente “I” nel novembre del 1986 poi, un mese dopo, nel dicembre dello stesso 1986, nacque il “caso Piselli” su cui tornerò in seguito, accennando solo il collegamento tra me e Damiano Bechis, un ex carabiniere paracadutista del Tuscania, in allora parte della stessa Folgore in cui io prestavo servizio, il quale dette vita ad una banda criminale proprio a Bologna tanto che fu sospettato di essere responsabile di quegli eventi poi (erroneamente) attribuiti solo alla sola uno bianca.
Nel corso degli interrogatori che ho svolto negli anni 2000 come testimone e collaboratore fiduciario di una autorità antimafia ed antiterrorismo, ho chiaramente indicato il significato della (presunta) fuoriuscita dal GOS da parte di chi scelse di rinforzare un nuovo modello di destabilizzazione tramite l’attivazione di cellule spontanee nella loro genesi, ma eterodirette negli obiettivi, tali da risultare solo delle “schegge impazzite” dello Stato protagoniste di efferati episodi di violenza, si veda la banda della uno bianca, apparentemente prive di una caratteristica eversiva ma compatibili con la valenza terroristica delle loro gesta poi rinforzata dal supporto tattico-psicologico della falange armata come ho appunto spiegato alle AA.AA. sin da quando il PNA delegò un magistrato della DNA nel sentirmi con la formula dei colloqui investigativi segreti che ho svolto in più occasioni.
In conclusione, nel 1985 nasce il GOS con competenze anomale, nel 1986 si concretizzano in un ristretto territorio delle cellule criminali rappresentate da operatori in armi o ex operatori in tal senso che si trasformano in banditi le cui gesta, specialmente quelle della uno bianca, assumono il valore destabilizzante grazie al terrore che producevano nel territorio ed in tutta Italia, quindi si rinforzano con il supporto di una sigla sempre sottovalutata come quella della falange armata mentre si attiva un centro Gladio in Sicilia contestualmente ad una nuova forma di attentati contro i magistrati, dall’Addaura alle stragi di Capaci e via D’Amelio, fino alle stragi continentali dal profondo valore psicologico ed alla nuova politica italiana che muterà gli assetti con la dissoluzione della prima Repubblica.
Un nuovo modello di destabilizzazione molto simile agli studi di guerra psicologica e di destabilizzazione che anche il SOG statunitense svolgeva, tra l’altro approfonditi dai nostri militari nel corso della formazione da loro ricevuta presso le scuole specifiche a Fort Bragg ed altrove per esempio.
In tutto questo un ragazzino con già alcuni anni di esperienza militare seppe comprendere tra il 1985 ed il 1988 una anomalia che segnalò a livello superiore, finendo poi protagonista di un altrettando anomalo mandato di cattura, contro un infradiciannovenne incensurato firmato da un magistrato che sarà poi egli stesso catturato e condannato in via definitiva.
Se si comprende il valore destabilizzante degli eventi accaduti nel decennio ’85-’95 si potrà comprendere anche la ragione per la quale un cretinotto qualsiasi come Fabio Piselli ha ricevuto delle attenzioni enormi da parte di chi ha, ancora oggi, tutto l’interesse a mantenere in ombra quel periodo mentre, Fabio Piselli nella sua volontà di dimostrare la propria innocenza, ha sempre invece illuminato…
F.P.